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Maratona di Roma, la rivincita di Stefano!

di Stefano Vegliani

 

Ebbene si, ho tradito gli Urban, sono colpevole. Sono scappato da Milano nel giorno delle maratona, delle staffette che mi avevano già visto protagonista, per andare a correr a Roma.

La maratona di Roma è la più importante d’italia con i suoi 16mila iscritti, anche se con quel percorso intriso di storia potrebbe fare di più. Basti pensare che Valencia ha superato quota 20mila in pochi anni.

Alla fine, comunque la concomitanza con Milano non ha penalizzato nessuno, anzi il capoluogo lombardo con il suo più 40 percento ha sbalordito e potrebbe crescere ancora. Con buona pace della sindaca Virginia Raggi che ha dato degli invidiosi ai milanesi.

Comunque, al di la di queste riflessioni, io ho scelto Roma perché con la capitale avevo un conto aperto: l’anno scorso mi ero strappato il muscolo ischio curale sinistro al dodicesimo e mi ero dovuto ritirare. 5 settimane di stop e cure varie prima di tornare a correre.

Insomma il conto era aperto e dovevo riprendermi il maltolto anche se mi alleno per correre al meglio Praga il 7 maggio. Il mio preparatore Fulvio Massini mi ha detto: “fai 12 km a rfc (respirazione facile controllata) e poi 30 a 5.25 che è il ritmo lui vorrebbe che tenessi per tutti i 42,195 a maggio. Davanti ai dictat del coach il pensiero è sempre uno: ci provo.

Alla partenza mi metto vicino ai pacer delle 4.15, pensando che se corro a 6.03 sono tranquillo, respiro facile sicuro.

Fortunatamente non piove prima del via anche se nuvoloni neri si addensano proprio nella direzione che ci aspetta. Alle 8.40 la griglia verde parte, abbandoniamo ogni pensiero, oramai siamo in ballo.

Come previsto dopo poco comincia a piovere, un vero e proprio temporale che ci coglie mentre passiamo davanti a Eataly verso Tiburtina. Da qui ero già passato un anno fa. Non siamo ancora in mezzo ai monumenti, ma Gasometro e Testaccio hanno un loro fascino. C’è una bella atmosfera, molta gente che fa il tifo, musica anche se non dal vivo tranne in rari casi.

Cosi, bevendo a tutti i rifornimenti anche senza fermarmi e ingollando un gel al decimo arriva il momento di allungare il passo.

Guarda caso il cambio di ritmo coincide praticamente con la salitella che porta al lungo Tevere dove dodici mesi prima avevo sentito quella terribile fitta alla coscia sinistra; l’affronto con una certa cautela, tutto va liscio come l’olio.

Il fiato è ottimo sento di avere un buon motore e faccio il mio compito. C’è ancora uno scroscio ma poi smette di piovere e l’aria resta fresca.

Comunque, al di la dei sampietrini non c’è un metro di piano. Non è certo un percorso facile.

Le gambe un po né risentono, ma io senza guardare in faccia a nessuno tengo la mia andatura. I chilometri passano seguendo il corso del Tevere; ecco Castel Gandolfo, ci avviciniamo a San Pietro che ha un fascino pazzesco anche per un laico.

Non si fa in tempo neppure a pensarci troppo e si arriva alla mezza dove l’anno scorso ero arrivato camminando prima di abbandonare definitivamente. Il cronometro dice 2ore.

Senza pensare troppo vado per la mia strada, riesco a mantenere il ritmo che devo.

Poi faccio una riflessione e una mezza a 5.25 vuol dire meno di due ore, insomma potrebbe arrivare un tempo inferiore alle 4 ore che in fondo non mi sarei aspettato.

Allora comincio ad allungare il collo per vedere se scorgo i palloncini dei pacer delle 4 ore.

Quando sono verso il ventiseiesimo eccoli in lontananza. Siamo sul lungo Tevere dell’Acqua Cetosa e c’è un po di discesa. Zona ricca di verde, ma forse non la parte più bella del percorso. Sono incerto se forzare l’andatura per andarli a prendere o andare costante; un po’ aumento. Il ventottesimo dice il mio Polar lo percorro a 5.14, il trentesimo addirittura a 5.03. Però li aggancio. Sto nel gruppone, coperto che aiuta a fare meno fatica. Oramai siamo sulla strada del ritorno con Tevere a destra. Aspetto il sottopassaggio del trentacinquesimo dove l’anno scorso c’era mio figlio con le Coca Cola per gli altri Urban. Quest’anno purtroppo non c’è. Ma mi sono idratato bene, ho preso i miei gel, l’ultimo al trentesimo, ho mangiato due fette di arancio, mentre la banana troppo acerba l’ho sputata.

La fatica nelle gambe si sente, ma manca poco alla svolta a sinistra che porta a Piazza Navona, si entra in centro.

Insomma è fatta…. ma via del Corso non finisce mai, le gambe cominciano a sentire la stanchezza, piazza del Popolo sembra diventata più grande e poi ecco la parte più dura: da via del Babbuino comincia una bella salita, e la galleria sembra non finire mai.

Sono due chilometri che mi ricordano la Quinta strada di New York quell’eterno falsopiano in leggera salita fino all’entrata a Central Park davanti al Gugghenheim.

Quando si gira a destra in via Battisti e il momento della discesa che porta all’arrivo. Il Polar mi dice che l’ultimo km, complice la discesa l’ho spinto. 5.02. Oramai il tempo sotto le 4 ore è una certezza.

Fermo il cronometro che dice 3.56.28 (sarà proprio il mio real time) il PB di Valencia è migliorato di 51 secondi. Che figata! Scorgo Massini sotto un tendone (ha ripreso a piovere) e lo chiamo. Sono felice e lui mi fa i complimenti. “Questa settimana riposo però” gli dico subito e lui: “riposo meritato”.

La fatica non è finita perché rimango mezz’ora sotto l’acqua per far incidere la medaglia prima di andare a cambiarmi. Poi un’altra ora per trovare un taxi che mi porti a casa del mio amico Marco dove mi aspetta un signor abbacchio e un bicchiere di vino rosso! Roma ti ho asfaltata…. anche se non basta per chiudere le famose buche!

 

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