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NYC Marathon, amore a prima vista.

di Stefano Vegliani

E’ stato amore a prima vista. A New York per la Maratona ci ero stato la prima, la seconda e la terza volta per lavoro. Quell’ impatto era bastato per pensare: “questa cosa va fatta una volta nella vita”; allora non correvo se non saltuariamente, perché un po’ di sport l’ho sempre fatto.

New York ti accoglie ti avvolge, ti intriga se esci dai confini di quella che intruppa i turisti italiani e non solo. Per me è nella top tre delle città che amo: Milano dove sono nato, Trieste la città del cuore e della famiglia, e  appunto la Grande Mela una sorta di città ponte del presente/futuro.

La Maratona è un viaggio incredibile attraverso la vera natura della città, nel 2014 sono stato ore sulla Bedford Avenue a Williamsburg a vedere i runners che passavano, ad incitare gli italiani che sono sempre tanti. Avevo appena corso la mia prima mezza sul lago Maggiore, cominciavo a pensare che essere li in mezzo all’esercito dei 50mila non era più un sogno, ci potevo essere.

E così  anche senza la frenesia delle tabelle, dopo aver concluso sotto le tre ore senza grandi sofferenze la Cortina Dobbiaco con i suoi 30 chilometri, ho deciso: mi iscrivo alla New York City Marathon.

Trovare il pettorale (basta pagare) non è stato difficile e chi ha curato la mia iscrizione ha dichiarato per me il folle tempo di 3 ore: io mi sono spaventato, ma mi hanno tranquillizzato, serve solo per essere nella prima wave e, soprattutto se il tempo è inclemente, stare il meno possibile nel villaggio di partenza.

La Maratona di New York 2015 non era solo la mia prima volta su 42 chilometri e 195 metri era la prima volta della #urbanfamily in trasferta extraeuropea. Certo c’era chi l’aveva corsa diverse volte come il popolare Barbugian e Michele, ma per gli altri era l’esordio, addirittura per qualcuno (come me) era la prima maratona.

Molti hanno viaggiato insieme, altri separati. Ognuno ha scelto la sua formula di viaggio, alloggio. Io e Valentina che ci siamo portati i figli abbiano trovato un trilocale dalle parti dell’Empire State Building. Ma la famiglia degli Urbanrunners, anche sparpagliata come accomodation, si è sempre ritrovata: a cominciare dagli allenamenti a Central Park con il classico giro a Resevoir Jaqueline Kennedy che è un po’ come il nostro Idroscalo….. forse……

Naturalmente non potevano mancare le cene carboload  tutti assieme, a cominciare da quella della vigilia all’Osteria del Principe, ristorante di amici triestini, per concludere con la bellissima serata post maratona in uno spazio tutto per noi da Eataly dove ha cucinato il mio amico Riccardo Orfino e dove alla fine della cena lo staff di Eataly ha chiesto se saremmo tornati nel 2016. Siamo già famosi anche a New York!!!!

Ma veniamo alla corsa. L’entusiasmo è tale che non pesa la sveglia alle 5 del mattino. Le previsioni sono buone: non pioverà, non farà freddissimo: ottimo!!!

La chat su wathsup è rovente, ma  ci si trova subito all’ingesso del villaggio, appare Stefano Baldini e scatta il selfie collettivo.  Poi c’è la corsa a recuperare il cappellino di pile colorato di  Dunkin Donuts. Ma finalmente si va verso le waves, se penso che sono assieme a Michele Yuiri e Ghost mi viene un po’ da ridere. Cosa diavolo ci faccio assieme ai Top….. ma tanto la urbanfamily prevede che fino al colpo di cannone siamo tutti uguali. Quando Spike Lee da il via gli amici spariscono presto, il mio mantra è dosare le forze per arrivare fino a Central Park. In un certo senso non c’è fretta: sul braccio ho il tatuaggio provvisorio con i passaggi per chiudere in 4.20, ma l’obiettivo è finire in meno di 4.30.

Superato il pronte di Verrazzano si è subito a Brooklyn: è la parte più bella secondo me. Brooklyn è musica, calore, colore, un entusiasmo continuo. E poi, diciamolo, la fatica ancora non si fa sentire. Quando arrivo a Williamsburg, la zona che mi è più famigliare, sento una carica pazzesca. Sto dosando bene le forze, anche se non siamo neppure a metà, e se continuo così potrei chiudere verso 4.15, ma mi concentro di più sulle sensazioni che sull’orologio. A un cero punto sbuca Riccardo Orfino lo chef che cucinerà con noi a Eataly che abita li vicino, mi fa una foto che finisce immediatamente su Twitter.

Dopo Brooklyn cominciano i ponti, il passaggio nel Queens finisce con il famoso Qeensboro Bridge che ci porta al primo ingresso a Manhattan. Molti lo ritengono uno dei passaggi più entusiasmanti, perché c’è veramente un sacco di gente che aspetta l’arrivo dei runners. Bello, ma secondo me non vale Brooklyn. Sto bene, penso a dove saranno gli altri Urban, se qualcuno partito nella wave dopo mi raggiungerà.

Scendendo da un ponte, non era il Queensboro, ma non ricordo quale, c’erano due ragazzi con una enorme bandiera italiana. Mi sono fermato e l’ho baciata. Una cosa che mai avrei pensato di fare nella mia vita, ma correre a New York ti trasforma, ed essere italiano è un orgoglio.

Mentre i palazzi della First Avenue scorrono attorno a te pensi che sei nella seconda metà, che l’arrivo si avvicina.  Pubblico ce n’è: ti danno un 5, ti offrono una banana, espongono ogni genere di cartello. Un sostegno continuo: ecco perché questa Maratona è speciale come ti avevano raccontato.

Quella diavolo di First avenue non finisce mai; il Bronx è la in fondo, è il quinto quartiere dei 5 che la maratona attraversa, poi si ritorna a Manhattan. Ma non si può certo pensare sua finita. Ecco Harlem e poi via sulla Quinta, siamo all’altezza della centoventiquattresima, infondo mancano solo 65 blocchi all’ultimo chilometro. Sto sempre andando per quelle 4.20 che sarebbero un trionfo, ma la quinta offre 3 miglia di costante e leggera salita. La Maratona qui si fa dura, sempre più dura, le gambe cominciano fare male, difficile continuare a spingere come prima. Ti parli, ti ascolti, ti guardi intorno, sai che non devi mollare, cerchi di trovare qualcuno che ha la tua andatura per stargli vicino.

E’ chiaro che il ritmo che hai macinato per 37 chilometri non riesci più a tenerlo. La prossima volta ci vuole un lungo di almeno 35, io non ne avevo mai fatti più di 30. Quando sono già all’altezza del parco sento una voce che mi chiama: “vai Pippo” è Ale Manzi, anzi oramai Manzai. Uno di quelli partiti mezz’ora dopo di me. Non ci penso nemmeno a tenere il suo passo. Il mio obiettivo è finire, i riferimenti cronometri sono saltati. Non ci voglio più pensare.

Per poco perdo, anzi lo perde lui, l’incontro con mio figlio Simeone che arriva quando io sono passato da poco. Invece Luca ed Elena riescono a vedere il passaggio di Valentina. Poco prima di entrare nel parco vedo uno che offre della Coca Cola, forse ho sbagliato a non approfittarne, eppure Giulio the president aveva detto che a Venezia, quando era in crisi, gli aveva dato una botta di energia per gli ultimi chilometri.

Navigo a vista nel  grande fiume umano dei maratoneti: un serpentone ininterrotto,  una grande famiglia. Quando sono in avenue Park South sono veramente stanco, nelle foto si vedrà il volto della sofferenza. Per 200 metri cammino, poi riprendo a correre. Finalmente arriva Columbus Circle, si rientra nel parco, l’arrivo è vicino. Quando appare il traguardo vedo che il cronometro dice 4.26.  Mi illumino! Allora ce l’ho fatta sotto le 4.30: 4.27.29 è il mio tempo ufficiale. Euiuaaaa come direbbe Yuri. Ecco la medaglia… cammino, vorrei provare a fare un po’ di stretching, ma non ce la faccio. Sono un maratoneta! Wow! 42 chilometri e 195 metri: non me li sono proprio divorati ma li ho domati. Anzi mi piace di più dire 26.2 miglia che è una bellissimo numero. L’ho pensato per tutto il percorso, il conteggio in miglia mi piace, sembra di fare meno strada. I pensieri che attraversano la mente sono tanti che non riesco a focalizzarli. Prevale la stanchezza è il fiume degli arrivati che ti trascina verso l’uscita dal parco. Un po’ alla volta riprendi lucidità e mezz’ora dopo aver tagliato il traguardo pensi che ce l’hai fatta e che la vuoi rifare. Intanto incontri gli altri Urban: Ghoste e Yuri, quelli che vanno forte, scopri che Alino il nostro keniano bianco si è fatto male, ma ha tenuto duro fino all’arrivo, realizzi che Gabriella, la Straneo de noartri che aveva promesso di raggiungermi e tirarmi per gli ultimi chilometri non ce l’ha fatta. Hahahahaha! Sul telefono 600 messaggi nella chat wathsup con i commenti di chi è rimasto in Italia e ci ha seguti passo passo, mamma mia se siamo connessi!!! Ancora un po’ e finalmente incontro Simeone in Columbus. Sono felice! Due volte se penso che la sua prof di lettere si è lamentata perché perdeva una settimana di lezione. Ma mi faccia il piacere avrebbe detto Totò!

L’ultimo sforzo è salire la lunga scalinata che porta al nostro appartamento. Finalmente un po’ di riposo prima di andare a cena da Eataly e regalare un applauso a Monica Cavalli, è arrivata quando era buio: il suo tempo 6 ore e 40, un’ eroe!!! #Urbanfamilyintheworld

PS Dal 21 gennaio sono aperte le iscrizioni alla lotteria che assegna i pettorali per il 2016. Chiudono il 21 febbraio, si corre il 6 novembre.

 

 

 

 

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1 Comment
  • Chiara Luison

    gennaio 31, 2016 at 9:50 pm Rispondi

    Leggere la tua avventura fa venire ancora più voglia di provarci anche se sembra uno sforzo enorme e infattibile

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