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Sohn Kee-chung

di Michele Ronzulli

Vincere una maratona alle Olimpiadi a testa bassa.

Sohn Kee-chung è tra gli atleti che presero parte delle Olimpiadi del 1936, l’edizione nazista dei Giochi che Adolf Hitler trasformò in una irripetibile occasione di propaganda.

Coreano di nascita, Sohn partecipa ai Giochi col nome di Son Kitei per volere del governatore del Giappone: a quel tempo infatti, Ia Corea era stata annessa all’Impero giapponese, la cui dominazione continuerà fino al 1945.

A Sohn Kee-chung, come a tutti gli altri atleti coreani, viene quindi negata la possibilità di gareggiare per il proprio paese e viene imposto di correre per la bandiera giapponese.

La corsa ha fatto parte della vita di Sohn fin dall’infanzia: nato nel 1912 a Sinuiju nella regione Pyeongan del Nord, l’attuale Corea del Nord,

Sohn comincia presto ad aiutare la sua famiglia ad arrivare alla fine del mese con dei lavori saltuari in città, soprattutto consegne che fanno correre il ragazzino da una parte all’altra della città per tutto il giorno.

All’età di 16 anni trova un lavoro a Dandong in Cina e per raggiungerlo ogni giorno percorre di corsa 8 chilometri per andare e 8 per tornare, perché non ha soldi per pagare i mezzi di trasporto.

Sebbene corra per necessità più che per scelta, la predisposizione di Sohn per le corse su lunga distanza appare evidente fin da subito.

Fra il 1933 e il 1936, Sohn vince 10 delle 13 maratone a cui prende parte in Corea e in Giappone, entrando così a far parte della squadra Olimpica.

Il 3 novembre del 1935 stabilisce il record del mondo sui 42km di 2 ore 26 minuti e 42 secondi, un record che resterà imbattuto fino al 1947.

Alle Olimpiadi del 1936 questo semi-sconosciuto atleta dell’Asia orientale sorprende il mondo battendo tutti gli avversari e vincendo la maratona con un tempo di 2 ore 29 minuti e 19 secondi, nuovo record olimpico.

Un successo amaro però il suo, perchè alla  cerimonia di premiazione è la bandiera giapponese che viene innalzata, mentre nello stadio gremito risuonano le note dell’Inno dell’Impero che tiene soggiogato il suo Paese.

La medaglia d’oro di Sohn e quella di bronzo del suo collega coreano Nam Sung-yong giunto terzo, vengono conteggiate a favore del Giappone e tutt’oggi sono accreditate ufficialmente a quello stesso Paese.

Sohn e Nam, con la medaglia al collo e la corona d’alloro, ma il volto cupo e la testa china a manifestare il proprio dolore.

Il quotidiano coreano Dong-a Ilbo pubblicherà’  fotografie di Sohn e di Nam sul podio con il disegno della bandiera giapponese cancellato dalla loro uniforme, ma per rappresaglia il governo coloniale nipponico farà imprigionare otto persone e sospendere per nove mesi la pubblicazione del giornale.

Per i maratoneti coreani Sohn è stato una fonte costante di ispirazione e supporto.

Nel corso degli anni ha ricoperto diverse cariche, compresa quella di Presidente dell’Associazione coreana delle federazioni atletiche e di membro del Comitato olimpico coreano.

E’ stato il portabandiera alle Olimpiadi del 1948 a Londra e si racconta che abbia svolto un ruolo di primaria importanza nell’ottenere per Seul il diritto di ospitare le Olimpiadi estive del 1988, per le quali gli è stato dato l’onore di entrare nello stadio per l’ultimo tratto del tragitto della torcia olimpica.

Alla figura del maratoneta Sohn è inoltre associato un misterioso tesoro nazionale «coreano» numero 194 che è custodito nel Museo Nazionale della Corea.

Si tratta di un elmo greco di bronzo risalente al sesto secolo a.C., inviato prima dei giochi olimpici del 1936 al Comitato organizzativo delle Olimpiadi dal giornale sportivo greco Vradiny per essere offerto in dono al vincitore della maratona.

Il Comitato olimpico, in linea con il proprio regolamento secondo cui può partecipare alle Olimpiadi solo chi si occupa di sport in forma amatoriale, quindi non remunerativa, non consegnerà mai l’elmo a Sohn, ma lo donerà al Museo delle Antichità (Antikmuseum) di Berlino, dove rimarrà ben protetto per 50 anni.

Si racconta tuttavia che la consegna dell’elmo a Sohn sia stata bloccata in realtà dagli allenatori giapponesi.

Grazie all’intervento di un giornale greco, l’elmo verrà consegnato nelle mani di Sohn da Willi Daume, membro del Comitato Olimpico Internazionale e allora presidente del Comitato Olimpico della Germania, soltanto nel 1986 in occasione di un ricevimento tenutosi a Berlino Ovest il 10 agosto, esattamente 50 anni dopo la vittoria del maratoneta coreano.

La storia di Sohn, come quella di molti altri straordinari atleti che furono protagonisti di quei giochi, è stata raccontata anche da Federico Buffa nella sua rappresentazione teatrale intitolata proprio “LE OLIMPIADI DEL 1936” e rimarrà per sempre nell’olimpo di Like a Hero!

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